Fitocomplesso
Una differenza farmaco – estratto fitoterapia consiste nel fatto che il farmaco è un singolo principio attivo ben definito e dosato, un fitoprepararto (estratto) è un miscuglio di principi attivi (e alcuni anche non attivi). Esempio: nella bacca dell’atropa belladonna è presente una miscela di alcaloidi tropici come la L-iosciamina, L-scopolamina e DL-iosciamina (atropina) e questo costituisce un “fitocomplesso”. Se prendiamo solamente l’atropina, la isoliamo, questo singolo principio attivo diventa “farmaco”. Infatti im medicina su trova l’atropina fiale o collirio.
Il fitocomplesso è di fondamentale importanza per capire la fitoterapia. L’insieme di componenti (principi attivi) che compongono l’estratto botanico che prende il nome di fitocomplesso è una miscela biochimicamente complessa in grado di dare una risposta biologica quali-quantitativamente diversa rispetto ai singoli principi attivi somministrati singolarmente. Ad esempio: i sennosidi A e B, 1,8 diossiantrachinone, ecc. presi singolarmente possono provocare assuefazione e indurre disturbi di diversa natura, mentre la somministrazione della droga in toto attenua gli effetti collaterali e ritarda l’assuefazione. Szent Gyorgyi (premio Nobel 1937) ha dimostrato come la presenza nel succo di agrumi dei flavonoidi, sostanze polifenoliche capaci dì assumere e liberare alternativamente un atomo di idrogeno, sono in grado di aumentare la velocità di riduzione dell’acido deidroascorbico in acido ascorbico, favorendo così la rigenerazione della vitamina C. Il risultato è che il succo in toto è più efficace nel curare le lesioni capillari e prolungare la vita di animali con scorbuto sperimentale di quanto non lo sia la vitamina C da sola. (Acta Phitoter., n°1 vol.2 pag. 3).
Titolo di un estratto
Il fitocomplesso è la miscellanea di sostanze presenti in un estratto, e, data la molteplicità dei fattori di variabilità della pianta e la metodica di estrazione, la sua composizione non è costante. Per la riproducibilità degli effetti terapeutici è però fondamentale che nei vari lotti degli estratti siano presenti sempre gli stessi componenti e nella stessa quantità. Diventa pertanto indispensabile adottare un metodo che definisca in modo preciso e costante la composizione dell’estratto. A tale scopo vengono identificate delle sostanze chimiche ben definite, chiamate “marker”, che devono essere presenti in modo costante (o entro limiti ristretti) per ogni lotto di estratto.
La presenza di queste sostanze e la loro quantità esprime il “titolo”. La titolazione consente di conoscere con discreta precisione il valore quali-quantitativo dell’estratto.
Alcuni esempi:
Valeriana estratto secco titolato in acidi valerenici minimo 0,42%;
Mirtillo nero estratto secco titolato in antocianosidi 25% (FU);
Rodiola rosea tit in rosavin 3% (e non in salidroside)
Dott. Renzo Gatto